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Aspettando la Cinque Mulini - Ep. 3: "Quel fascino rimasto immutato"


Passano gli anni, i decenni, fior di campioni continuano a calpestare i sentieri di San Vittore Olona ed attraversare il vecchi mulini superstiti: il richiamo della Cinque Mulini rimane immutato nel tempo.


Nebbia di quella “spessa”, da tagliare con il coltello. Nebbia dalla mattina alla sera. Nebbia da perdere l’orientamento. Nebbia e gelo, con l’umidità che si congela sul vetro dell’auto e ti costringe a mettere in moto il tergicristallo. Nebbia, che ti penetra nelle ossa, facendoti rabbrividire, pur essendoti coperto a sufficienza: guanti, sciarpa e cuffia compresi. Nebbia, ge


lo, brina, eppur si andava.


Ma dove, accidenti a voi. Non era meglio starsene rintanati in casa, magari con la scusa di una festicciola fra amici e amiche? No cari ragazzi di allora, oggi vecchietti forse rincitrulliti e ammalati di struggente nostalgia.

Eppur si andava. Bastava un accenno del “Fili”, al secolo Angelo Filighera da Vigevano, il nostro coach, formato dall’altrettanto mitico Dante Merlo, direttore della rivista “Atletica Leggera”, oggi scomparsa come un relitto fra i flutti del web.


«Ei fiülot, duman matina andüma. Tigniv prunt». Per chi non capiva, ripeteva nella lingua di Dante: «Domani mattina alle 7 troviamoci davanti allo stadio. Si va a San Vittore Olona». E a quel nome era inutile aggiungere altro: già si sapeva che si andava alla Cinque Mulini. Per alcuni la prima campestre in assoluto, per altri una sorta di esame di maturità.




Sette di mattina. Eccoci puntuali tutti lì, a battere i piedi per il freddo, con i borsoni in spalla, le vecchie tute, scarpette dai chiodi lunghi, qualche panino e… ecco apparire la mitica Simca Mille verde pisello del coach e l’altrettanto mitica Fiat 850 del “Signor Dante”. Immancabile Gauloises senza filtro incollata alle labbra (il Fili), il deflettore aperto (chi se lo ricorda ancora quell’accessorio delle auto anni 50/60/70?), per far uscire il fumo e via, si partiva. Un’ora di viaggio e venivamo sbarcati in un mondo alieno.


Per chi arrivava dalla campagna o da una città di provincia, anche quel breve viaggio in un altrettanto piccolo centro, ma famoso in tutto il mondo, rappresentava un’avventura. E poi, vuoi mettere l’aria che si respirava? Metaforicamente magnifica, sfarzosa, densa di storia, dove mitici nomi avevano addobbato un albo d’oro che già allora (metà anni settanta) era ricchissimo, fascinoso, seducente. Correre fianco a fianco con quei campioni, magari solo per un centinaio di metri, era più che sufficiente, ti riempiva d’orgoglio. Purtroppo la vera aria, che ti riempiva i polmoni, era anche densa e inzuppata di “olezzi” terrificanti, da mandare in tilt i recettori dell’olfatto. La vista, poi, di quel fiume che dava il nome al Comune, era qualcosa di terrificante. Schiuma bianca, chiazze oleose, melma densa, da cui immaginavi potesse uscire da un momento all’altro il mostro dei tuoi incubi di bambino. Eppur si andava.


Oggi tutto è cambiato. Il fiume e il suo alveo sono stati risanati e la zona ora è fruibile per passeggiate, con il ritorno di specie di uccelli, che da decenni non si fermavano in quei territori. I campioni, però, hanno continuato imperterriti a pestare i fangosi sentieri accanto al fiume e gli acciottolati dentro la fattoria Chiapparini, non più accompagnati dagli sguardi incuriositi del bestiame ma rincorsi da galline che beccano, sorprese di tanto clamore attorno a loro.


E ci piace immaginare altri, tanti gruppi di ragazzi che si danno appuntamento e, a bordo di silenziose auto elettriche o vecchi pulmini dagli scarichi pestilenziali, raggiungono gli stessi luoghi dove la tensione e il fascino della Cinque Mulini sono rimasti immutati.


Che dici, ci andiamo anche il prossimo 15 gennaio? È una domenica, dai si può fare.



Daniele Perboni


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