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Aspettando la Cinque Mulini - Ep. 4: "One lap more"


Narrano gli antichi frequentatori della Cinque Mulini che la porta all’uscita del Mulino Meraviglia, nelle prime edizioni, non fosse legata a una sorta di ponticello che permette agli atleti usciti dal Mulino di conquistare la via dei prati. Tra l’altro, un tratto brevissimo di pochi metri. Succedeva così che qualche “ragazzaccio” magari non il battistrada, non appena uscito dal macinatoio che fa ruotare una volta l’anno le sue antiche pale, desse una manata alla porta. Chiudendola. Un uno sberleffo per guadagnare qualche centesimo di secondo a chi stava dietro e magari sentirlo smoccolare.


Storie vere? Non vere? Raccontate? Sentite? Chi lo sa. È passato tanto tempo…


Uno dei tanti aneddoti di cui è ricchissima la Cinque Mulini e vero, verissimo, chi scrive l’ha visto e vissuto di persona. Questa la storia. Prima vi faccio fare un salto indietro nel tempo. Di parecchio.


Ritorniamo nel 1998. Nel secolo scorso. Sono passati 25 anni. La classica numero 66 aveva tra i partenti un uomo amante delle classiche di cross, parlo di Paul Tergat, keniano nato nel 1969, allora ventinovenne. Le campestri erano il suo pane quotidiano. Un personaggio gentile, educato, affabile, si faceva volere bene dai tifosi, aveva tutte le qualità del campione, il Mondiale di cross, il keniano, l’ha vinto per ben 6 volte ininterrottamente dal 1996 al 2000. A S. Vittore si era palesato già nel 1996 vincendo davanti al lusitano Paulo Guerra e al nostro Genny Di Napoli.


Il keniano veniva spessissimo in Italia, aveva un manager italiano ed era una sorta di carta vincente per ogni manifestazione sul suolo italico, sia tra i prati che su strada. A volte partiva da Nairobi il venerdì sera, viaggiava durante la notte, sbarcava al mattino in Italia, trasferimento in hotel, dove riposava tutto il giorno. La domenica gareggiava, vinceva, anzi a volte stravinceva, tant’è che molti organizzatori, specie nelle corse su strada, lo pregavano di non staccare subito gli avversari. Lui da buon professionista, accettava, è magari solo all’ultimo giro si portava al comando vinceva, senza stravincere.


Ma la 66ª edizione era tosta, Tergat avrebbe dovuto sudarsela. Il percorso quello classico di un tempo. Niente “Vallo”. Tutto nello “Stadio del Cross”, partenza ed arrivo della classica. Un giro all’interno, la conquista dei prati e via di gran carriera per tre tornate e la conclusione. Per quale motivo non si è mai capito, ma Paul, l’uomo che non commetteva mai errori, quel giorno entra nello stadio convinto di giocarsi la vittoria con una volata lunga.


Tergat però aveva sbagliato a contare i giri, non aveva badato che nel giro precedente non era suonata la campana. Chi si accorse di ciò, oltre probabilmente a molti spettatori, è chi scrive. Attraverso il microfono tramite una raffazzonata pronuncia inglese urla due volte: “one lap more” (ancora un giro). Paul che aveva staccato gli avversari, (non avevano risposto al suo sprint) rallenta, si fa raggiungere e riprende la gara. Il tutto avviene all’interno dello stadio del cross, stipato sino all’inverosimile.


Volete sapere come andò a finire? Vinse a mani basse Paul Tergat, davanti al sudafricano Hendrick Ramaala e al connazionale Mark Bett. Va da sé, che tutto finì in una risata con Paul Tergat. Negli anni successivi ogni volta che mi trovava ridendo mi diceva: “One lap more…”



Walter Brambilla

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